mercoledì 29 giugno 2011

enjoy (the silence)






Ieri pomeriggio ho incontrato questa manifestazione per strada. Un pugno di ragazzi (alcuni davvero davvero carini) che portavano in giro con straordinaria convinzione cartelloni, striscioni e volantini completamente bianchi. C'era anche il solito urlatore con la pashmina scura quasi a coprire la bocca e il megafono. Spento. Se chiedevi loro informazioni ti guardavano come per farti capire che erano contenti per l'interessamento ma stavano zitti.
All'inizio ho pensato che fosse una cosa geniale. Cosa succederebbe se ci togliessero le parole? Dato poi quello che succederà dal 6 luglio mi sembrava una trovata molto intelligente e davvero ammirevole. Proprio non me l'immagino la mia bacheca vuota. Nessuna libera condivisione di materiale utile o meno. Ansia. Come un po' d'ansia la mette un corteo "muto".
Tornando a casa però ho pensato ad un'altro aspetto della la faccenda. Davvero il silenzio è così comunicativo?
C'è una frase di Gabriel Garcia Marquez che dice: "Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti."
(L'intero aforisma in realtà dice "Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici e ai tuoi cari quanto sono importanti." ma la parte degna di nota è solo la prima).
Questo è assolutamente vero. E sono d'accordo. Alla fine penso sia sempre meglio urlare le cose importanti.


martedì 28 giugno 2011

è svegliarsi la mattina con la voglia di parlare... eh?!


Ok. Già il concetto di "svegliarsi la mattina" è molto difficile e impegnativo, per definizione.
Poi il termine mattina implica qualcosa di fatto presto, ad un orario non naturale e sempre per definizione la mattina per forza hai sonno.
Figuriamoci se posso pensare di parlare e per di più con te, che dovresti essere la persona che mi dovrebbe vedere sempre al meglio di tutte le configurazioni possibili. Parlare? La mattina? Ma siamo matti. 
Nella vita ci possono essere poche semplici regole che non devono essere infrante, neanche per il gusto di infrangerle. Dogmi. E uno di questi riguarda lo svegliarsi e il farlo la mattina. 
Fammi prendere almeno il caffè! E tutto il caffè che c'è nella macchinetta. Poi se vuoi parliamo, discorsi semplici però. Se è importante lascia un post-it.
Magari trovare già il caffè fatto fa venire voglia di parlare, anche solo per dirti grazie. 
Ma il parlare in sè non può essere la prima cosa a venirti in mente. Soprattutto perchè delle volte tu sei lì, lì affianco e io proprio non so cosa dirti. 
"Buongiorno". Quello non sarebbe male, ma abbiamo ancora sonno, è mattina, ancora di caffè non si parla. Come può essere un buon giorno? No, "Buongiono" è scartato. 
Potrei provare con "Ehi", ma questa è una parola che ne richiede per forza altre dopo, quindi scartiamola. 
"Ma che ci faccio io con te?!" è da considerare, sempre. Ma rientra nelle cose che si pensano e che non si possono dire. Poi t'immagini, discussioni difficili di prima mattina senza caffè e senza post-it a disposizione perchè non ti sei ancora effettivamente alzato. No. 
Allora io non dico niente. Sorrido. E se sorrido che tu non puoi vedermi sono ancora più contenta e sorrido più forte. 
Poi con molta calma vado in cucina. E se c'è il caffè pronto allora posso dire "Buongiorno" e forse anche smettere di sorridere.

L'ideale sarebbe avvicinarmi,  pianissimo e senza parlare semplicemente stare lì un po', così vicino. 
Però in un libro bellissimo che ho letto recentemente ( Momenti di Trascurabile Felicità ) si analizzava l'idea che si può stare abbracciati così vicini solo appena prima di addormentarsi o dopo che ci si è svegliati per bene, diversamente è una tortura. E mica è una brutta idea.

Ed è per tutto questo che è decisamente meglio evitare la mattina (dopo).

lunedì 27 giugno 2011

gioca!



Ho sempre avuto un problema con le scelte. 
Non sulle scelte grosse, quelle sui massimi sistemi. Ho scelto di essere di sinistra, praticamente atea, ho scelto che facoltà fare, dove farla. Con quel tipo di scelte è facile. 
La mia natura e la mia determinazione mi hanno portato sempre ad andare a colpo sicuro per questo tipo di cose. 
Che poi, che altro avrei potuto fare se non ingegneria e dove se non a Bologna?
Ho seri problemi con le scelte piccole e soprattutto con quelle che mi mettono in gioco con le altre persone.
Scelgiere di dire qualcosa in particolare e con un significato particolare, fare qualcosa di significativo.
Ha qualcosa a che vedere con la paura di esporsi troppo ed essere vulnerabili, far vedere quello che c'è dietro a tutto il biondame. Questo è scegliere. 
E di mezzo c'è sempre un chi, un qualcuno a cui mostrare tutto questo.
Paranoia, paura, emotività? Non lo so. 
C'è l'alternativa di non scegliere, di aspettare. E io spesso (troppo) mi ci aggrappo.
Magari qualcuno in punta di piedi entra comunque, qualcun'altro si rompe i coglioni e va via, altri semplicemente possono insistere.
 
Ora che ci penso però non è propriamente colpa mia. 
La causa di questo problema è da ricercare nei miei primi 6 anni di vita, quando in TV c'era "Giochi senza Frontiere".
Per me era il programma televisivo più divertente al mondo. Mi piaceva tutto, i colori, la musichetta, la mitica sigla con gli omini e il cappello da giocoliere.
Mi piaceva davvero tutto TRANNE una cosa. L'arbitro francese: Denis Pettiaux. Era lui che decideva quando, come e chi giocava e vinceva. Praticamente era Dio.
Prima di ogni manche, il conduttore italiano si rivolgeva a lui con la frase "Pettiaux quand tu veux!" e dopo poco arrivava il famoso fischio.
Proprio non capivo. Se uno ti chiede praticamente "quando vuoi tu!" sei tu che puoi decidere. Su tutto.
E poi non si trattava di cortesia, in ballo c'era troppo per fermarsi a stupide formule educate e cortesi.
Per me quella frase significa qualcosa tipo: "hai in mano la situazione e puoi fare quello che ritieni più opportuno".
Questa frase assume lo stesso significato solo nel caso in cui qualcuno si arrabbia con te. Molto spesso ci si sente dire "vabbè, fa come vuoi".
Ed è sbagliato pensare che sia solo un modo per chiudere lì il discorso. No, no.
Quello significa "scegli". Al tuo modo e al tuo tempo. Come e quando ritieni opportuno.
 
L'ho pensato, tutte le volte: "Oddio, e se adesso Pettiaux non fischia?"

sabato 25 giugno 2011

take me out, tonight!


Una volta ho sentito un detto che diceva tipo "il posto in cui vivi deve assomigliarti almeno un po'".
Vivo a Bologna ormai da sei anni. Ci sono anche nata. Non ho la presunzione di assomigliarle ma mi ci rispecchio parecchio.
Bologna non può essere descritta o meglio io non ne sarei capace.
Non riesco neanche ad essere capace di capire la gente che poi va via. Una volta che hai provato, sentito, vissuto non puoi far altro che restare.
E' più di un legame e meno del senso di avere radici.
Per me è gratitudine per momenti, persone e anche solo per quello che i miei occhi hanno visto e il mio naso odorato. Gratitudine verso una città che respira insieme a te. Come una poltrona su cui sei seduto nella posizione perfetta.
Ci penso sempre alla gente che lascia Bologna. Sia con ammirazione  (provo incondizionata ammirazione per le scelte difficili) sia con qualcosa che sembra malinconia ma che in realtà è proprio dispiacere.
E non perchè si tratta di gente che va via e con cui non condividerò più le strade.
Ma è gente che lascia qualcosa con cui si era fusa, come se si lasciasse la propria impronta del sedere sulla poltrona.

Il film Il Postino è uno dei miei film preferiti perchè gli ultimi dieci minuti riguardano il trasmettere sensazioni della propria città a qualcuno che quella città l'ha lasciata. E' un modo per mostrare gratitudine a quel posto e a quelle sensazioni, non è fatto per chi va ma per la città che rimane.

Questa è la mia lista per Bologna, sperando che nessuno vada mai via (o che al massimo torni):
 
1.Piazza santo Stefano a maggio/giugno quando si riempie di gente
2.Piazza Maggiore, sempre
3.I Portici
4.Il tuo bar
5.Le porte
6.San Luca, che quando lo vedi vuol dire che sei a casa
7.L'università la sera
8.Ii corridoi dell'università la mattina
9.Il freddo che taglia la faccia
10.Le persone, tutte
11.La neve
12.I colli
13.Incontrarsi sotto le torri
14.La tua stanza che diventa seconda pelle
15.La birra in Piazza Verdi
16.Le persone. di nuovo
17.Piazza San Francesco seduti per terra
18.I coinquilini come famiglia
19.Lo spritz buonissimo
20.L'aula studio vicino al bar con lo spritz buonissimo
21.La puzza di via Petroni
22.Fumare sulle scale di Sala Borse
23.Il Grande Lebowski al cinema in piazza
24.Tornare a casa dall'Estragon
25.I giardini, tutti
26.I musei che avresti dovuto vedere
27.I concerti fuori
28.Le edicole
29.Il caldo dell'estate
30.Quello che hai visto e sentito di me, mentre io ero qui, a Bologna.

Puoi restare se vuoi!



Tempo fa una mia amica mi ha raccontato una storia, diceva più o meno così:
"Ogni donna ama un Ulisse. E ogni Ulisse ha una Penelope.
Te però sei Calipso, una ninfa, per di più una ninfa che vorrebbe cantare per il suo Ulisse.
Ma dato che ha paura, e proprio nel vero senso di essere spaventati, se canta lo fa sottovoce e se pensa, lo fa in grande e se vuole bene, non lo dice.
Ulisse rimane sempre un uomo e come tale tornerà sempre da Penelope."

Per me è stata come una rivelazione. Indovinate?
Io sono davvero una Calipso. E di certo esiste anche il mio Ulisse. Che tornerà da Penelope.
Per sua natura (è un ninfa, è intelligente) Calipso è consapevole che Ulisse non è completamente suo!
Per questo si è abituata a farlo andare via ad un certo punto.
Ma se lo diventasse?
Cosa succederebbe se Ulisse si dimenticasse definitavente di Penelope? Se volesse davvero rimanere?
Se Ulisse le chiedesse "non farmi tornare da Penelope, posso restare? io voglio restare" a Calipso le verrebbe un colpo!
E' una ninfa, pensa per se e canta per avere compagnia.
Non riesce proprio ad immaginarsela una vita a due.
Ulisse però è un uomo, e anche se tentato, non sceglie Calipso. Lei è troppo complicata e forse non ha poi così tanta voglia di cucinare! 
Penelope sembra così semplice in confronto, così in sintonia e così completamente dedicata a lui e capace in tutto. Come si può rinunciare a lei?
Così Calipso non ci fa caso e lo lascia andare ad Ulisse e ci pensa spesso a quanto è incapace, proprio nel senso di non sapere come si fa! E ci pensa pure, ogni tanto, che magari sarebbe stata felice con il suo Ulisse.
Ci pensa solo 5 min al giorno però e senza dirlo a nessuno, tantomeno ad Ulisse. Solo 5 min perchè tutto il resto del tempo è impegnata alla ricerca di un altro Ulisse che possa essere almeno paragonabile a quello precedente. Con cui però si comporterà alla stessa maniera!
Fino a che non troverà un Ulisse talmente tonto e troverà il coraggio di dire "Puoi restare se vuoi!".
Perchè tanto è risaputo: Penelope è solo una sciacquetta!

venerdì 24 giugno 2011

kiss me, please!




Io me lo ricordo il mio primo bacio. 
In quel periodo abitavo in campagna, ero quindi una ragazzatta di campagna e da brava ragazzetta di campagna giocavo tra i filari di ciliegi con altri amichetti campagnoli. In quell'occasione partecipavo ad una sorta di guerra di gavettoni e pistole ad acqua. Era molto estate! 
Ero vicino ad un ragazzotto che avrei pensato di sposare, un giorno. Eravamo in pieno assetto da battaglia da vere Tartarughe Ninjia, schiena contro schiena.
Poi, così dal niente lui mi chiese: "Posso darti un bacio?". Pensai che era una strana domanda ma che era corretto. Vuoi fare una cosa, chiedi il permesso di farla. Era rossiccio lui, con le lentiggini e lo vedevo avvicinarsi, d'altra parte chi tace acconsente quindi dato che non avevo detto niente era corretto anche che lui mi baciasse. Rapidissimo e indolore. Quasi una delusione. E adesso che faccio? Rimango con le labbra in assetto o ti faccio un gavettone?
Mi ricordo anche il secondo, di bacio! Stavolta non ero in campagna e lui non era rosso, anzi! Durante una semplice conversazione su niente, boom un bacio! Perchè non mi aveva chiesto "Posso baciarti?" Allora non è poi così che si fa! ci si bacia e basta! così aprii gli occhi. 
E ho imparato che se apri gli occhi mentre baci qualcuno quello che si vede è un faccione, lì, concentrato davanti al tuo, allora li richiudi subito e forse è per questo che i baci, quasi per definizione, si danno con gli occhi chiusi. 
Poi ho capito che esistono varie categorie di baci: i baci veri, i baci obbligati, i baci innamorati, quelli ubriachi, i baci del silenzio (quando si può più dire altro), quelli umidi e quelli per fare la pace, i baci del mattino, i baci della buonanotte, i baci di addio e quelli che ti aprono un mondo, i baci brutti, i baci che non finiscono mai che se no chissà dove si finisce, i baci neri e anche quelli bianchi. 
Ho imparato a conoscere anche i baci democristiani. 
Ma poi ne è arrivato uno fuori categoria. E me lo ricordo benissimo. Bellissimo e rivoluzionario, quasi quanto il primo.
"Volevo chiederti una cosa. Sai in che senso si ruota la lingua quando si bacia un ragazzo?"
"Quindi? Orario o antiorario?" 
Allora avrei dovuto dirlo io "Posso baciarti?"